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MY FAVORITE STRINGS

 

a cura di Marco Pandin

My favorite string

Lui suona la chitarra ma, insomma, ciò che ne viene fuori non è proprio quello che ci si aspetta da un chitarrista normale. Il suono delle sue canzoni, che poi non sono neanche canzoni, è storto, angolare, bislacco, contorto. Sembra venga da chissà dove, invece che da una chitarra. Mah.
Luciano Margorani brilla. Brilla per la sua assenza testarda dalle scene musicali (da tutte) e per la sua lontananza dai “giri” (da tutti), e non perché preferisca rintanarsi nel suo monolocale in cima alla torre, quanto per quel suo sentirsi a disagio nei salotti con la bella gente che tutto conosce e tutto ha già sentito. Brilla, Luciano. Brilla per i salti mortali di genio delle sue registrazioni che rende pubbliche solo raramente, quasi fossero profezie, o stelle comete: è uno di quelli che bisogna cercare, e che non si fanno trovare dove te li aspetteresti.
Prendiamo adesso questo suo lavoro recente; senza contare un incredibile cd-rom dal vivo autoprodotto e casalingo e mai circolato al di sopra dell'orizzonte, l’altro suo cd da solista Home recording is killing studios mi sembra sia uscito nell’89, e sono di prima ancora gli album del suo gruppo LA1919 (magari qualcuno dalla memoria lunga si ricorda dei loro nodi sonori inestricabili su F/Ear this!).
My favorite strings è un titolo che accarezza Coltrane per abbandonarlo subito dopo su una piazzola dell’autostrada, titolo divertente e irrispettoso appiccicato a un cd anche questo introvabile nei negozi soliti.
È il documento di quattordici diverse collaborazioni più o meno a distanza, definibili come rimaneggiamenti e rimescolamenti incrociati ad opera di Luciano e di un diverso compagno di chitarre, da Franco Fabbri ad Elliot Sharp, da Eugene Chadbourne a Roberto Zorzi più altri dieci.
Come dire, alcune tra le dita migliori che abbiano mai accarezzato/strappato/amato/pestato corde in quest’ultimo quarto di secolo (manca solo Fred Frith… però peggio per lui).
Il progetto, di una semplicità organizzativa disarmante, in altre mani potrebbe rischiare di trasformarsi in un becero dépliant d’agenzia immobiliare, o in un sampler da palestra con trionfo di bicipiti e abbronzature artificiali.
Per sua e soprattutto nostra fortuna, invece, il Luciano Margorani non ci casca, e offre musica come offrisse cibo ai suoi amici, che in cambio gli hanno offerto sorridendo altra musica-come-cibo: la loro. Il risultato è, più che luminoso, abbagliante.
Finché non lo ascolterete, vi lascio solo immaginare la gioia pura che si prova ad accorgersi di tutti questi nuovi riflessi, di tutte queste nuove onde del suono. Da questo cd escono spettri, fumi, risate (molte), macerie e finalmente musiche nuove e distanti.
Immaginate il Grande Vecchio Derek Bailey trattato da compagno di briscola invece che da santino col lumino acceso davanti. Immaginate chitarre con la voce di scoiattolo, di giornata libera, di nebbia in Valpadana. Immaginate tutto questo come un grande gioco di scambi ed abbracci che porta divertimento e spalanca le finestre della mente e vi cambia l’aria ferma in testa.
Voi, che amate ascoltare i chitarristi: dopo una sola dose di questa musica dimenticherete Eric Clapton e come-si-chiama-quello-lì-dei-Dire-Straits… (ecco, dimenticato: ve l’avevo detto).
Cercate questo cd come si cerca il mattino dopo una notte nera lunga quindici anni (contatti: Luciano Margorani, corso 22 Marzo, 61 20129 Milano).